Eric Stands Alone

scritto da John Weldon
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Autore del testo John Weldon
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A  Den, a cui non riuscii a far amare il Blues: forse un giorno capirai che non era solo musica, ma il modo in cui il cuore impara a restare in piedi. In memoria di Roberto Ciotti, che il Blues lo aveva nel sangue e nelle dita.
- Nota dell'autore John Weldon

Testo: Eric Stands Alone
di John Weldon

ERIC STANDS ALONE

Il vento della Cornovaglia fischiava tra le rocce di granito di Porthcurno come il trombone di Chris Barber: un suono antico, quasi cerimoniale, che richiamava Eric all’ordine. Affondò le mani nodose nelle tasche di quel pesante giaccone da marinaio, bevendosi il freddo umido dell’Atlantico mentre gli risaliva i polsi. Ogni passo sulla scogliera era un tempo di blues, lento e inesorabile.

Si fermò a guardare il buio, dove il faro di Longships pulsava come un metronomo solitario. In quel silenzio, i ricordi iniziarono a sovrapporsi come tracce in uno studio di registrazione.

Ritornava a quel luglio del 2003 a Liverpool, al King’s Dock. L’aria era densa di pioggia inglese e gratitudine mentre festeggiavano i 70 anni di John Mayall. John era stato il Padre, la legge, l’uomo che lo aveva forgiato con la disciplina del rigore. Eric provava per lui una devozione filiale, una sacralità che solo i vicoli di quella città portuale sapevano contenere.

Il pensiero volò presto al sole accecante di Dallas, al Crossroads 2004. Lì, sul palco del Cotton Bowl, c’era J.J. Cale. J.J. era il fratello maggiore, quello che non aveva mai dovuto alzare la voce per farsi ascoltare. Eric sentì una morsa familiare allo stomaco: non era invidia per la sua chitarra sussurrata, ma per la pace che J.J. condivideva con Christine Lakeland. Un legame solido, silenzioso, l’approdo sicuro che Eric aveva cercato invano tra mille tempeste e amori passati come uragani. Lui, il "Dio della chitarra", aveva avuto la gloria; J.J. aveva avuto la casa.

Si fermò un istante, socchiudendo gli occhi contro lo spruzzo salino. Gli tornò in mente quel pomeriggio di Londra dei primi anni 70, ad una  fermata dell'autobus; insieme a lui c'erano Phil Lynott e Robert Plant. Phil sorrideva guascone con la solita scanzonata faccia da schiaffi, un pirata metropolitano che sfidava il domani. Robert sprizzava una vitalità quasi accecante, la criniera bionda al vento e la sicurezza di chi cammina nel mondo come un titano. Erano tre re alla fermata del bus, ridendo del nulla sotto un cielo indifferente.

Eric sentì un brivido che non veniva dal mare. Guardando quella vecchia istantanea dell'anima, scorse ciò che allora nessuno dei tre poteva presagire: l'ombra incombente che avrebbe strappato a lui e a Robert un figlio, lasciandoli a rammendare le proprie esistenze con i brandelli di una melodia o di un grido rock. Phil sarebbe scivolato via poco dopo; Robert ed Eric sarebbero rimasti a contare le cicatrici, padri orfani in un mondo di canzoni.

Sulla scogliera, il vento sembrò portargli l'eco di una nota gentile. Pensò a George, il fratello ritrovato a cui aveva rubato l'amore di Layla, ma che gli era rimasto accanto con una grazia che solo un santo o un folle o un amico poteva possedere. E poi apparve come in sequenza il volto di Stevie Ray Vaughan. Il senso di colpa lo morse ancora: quell'elicottero, in quella notte di nebbia ad Alpine Valley, avrebbe dovuto prendere lui. Invece la sorte aveva scelto il suo giovane discepolo, lasciando il vecchio maestro a testimoniare nel freddo della Cornovaglia.

In dissolvenza rivide sé per un attimo al volante di una limousine, con il cappello da autista, a guidare per le strade del mondo con B.B. King seduto dietro. Era stato il suo onore più grande: servire il Re, il Faro che ora brillava altrove, lasciandogli il compito di presidiare la costa.

Prima di volgersi indietro cercò nella tasca e le dita trovarono il freddo del metallo: un vecchio capocorda che John gli aveva regalato una vita prima. Era l'unico superstite dell'incendio che aveva divorato la casa di Mayall in California, l'unico oggetto scampato alle fiamme che avevano incenerito quella sterminata collezione di dischi blues. Quegli stessi vinili che John gli aveva fatto ascoltare così tanti anni prima, quando lo strappò dal suo periodo più nero, dall'abisso, erano diventati cenere; ma quel pezzetto di ferro era rimasto.

Se lo strinse nel pugno, sentendo ogni solco del tempo sulla pelle. Davanti a lui, tra i flutti, apparvero le ombre degli altri: il battito selvaggio di Jack Bruce e il polso tribale di Ginger Baker, di nuovo insieme in quell'eterna, rissosa danza ritmica. Vide il silenzio di J.J., il lampo di Jimi, una cometa bruciata troppo in fretta, troppo in fretta.

Con un movimento secco, Eric lanciò il capocorda nel vuoto. Lo vide sparire inghiottito dall'oceano, un ultimo tributo ai suoi fratelli e a tutto ciò che era andato perduto.

— Ti raggiungerò presto, John — sussurrò al vento, e un sorriso lieve, quasi sereno, gli illuminò il volto segnato. — Ma non ancora. Not yet.

Si voltò e iniziò il cammino verso casa. Come in un lungo piano sequenza, le figure di chi non c'era più iniziarono a camminargli accanto tra la nebbia e il granito. C'era Jack che picchiava sulle corde e Ginger che martellava i tamburi con la sua furia rossa, Phil che rideva ancora alla fermata, George che gli sfiorava una spalla e B.B. che gli faceva un cenno dal sedile posteriore di un'auto fantasma. Erano tutti lì, un'orchestra invisibile che lo scortava nel buio. Eric stands alone, ma mentre la sagoma della sua casa appariva in lontananza, sapeva che la band non lo avrebbe lasciato mai solo davvero.

SINOSSI (Retro di Copertina).

Sulle scogliere sferzate dal vento di Porthcurno, dove l’Inghilterra finisce e l’Atlantico diventa un abisso nero, un uomo cammina da solo. Non è solo un musicista: è l'ultimo testimone di una fede musicale che il mondo moderno sta dimenticando. Tra le mani nodose stringe un vecchio capocorda, l'unico cimelio sopravvissuto al fuoco che divorò i tesori di John Mayall. In ogni onda che si infrange, Eric ritrova i frammenti di una vita leggendaria e ferita: la spavalderia di Phil Lynott, la pace di J.J. Cale, la grazia di George Harrison, il sacrificio di Stevie Ray Vaughan e l'energia selvaggia di Jack Bruce e Ginger Baker. In questo viaggio immobile tra i ricordi degli anni 70 ed il sole della California, Eric affronta il peso della sopravvivenza e il vuoto lasciato dai giganti. Un racconto elegiaco sulla solitudine del talento e su una promessa sussurrata al mare: quella di non smettere di suonare, finché l'ultima nota non avrà trovato la sua casa.

"Ti raggiungerò presto, John. Ma non ancora."

GLOSSARIO: I COMPAGNI DI STRADA.

Chris Barber: Trombonista jazz e pioniere. Portò i primi bluesman americani in Inghilterra, accendendo la scintilla musicale in ragazzi come Eric e i Rolling Stones.

John Mayall: Il "Padre". Fondò i Bluesbreakers, la band-scuola di Eric. La sua leggendaria collezione di dischi fu realmente distrutta da un incendio in California nel 1979.

J.J. Cale & Christine Lakeland: L'amico della pace e dello stile laid-back. Christine, sua compagna di vita e musica, rappresenta l'approdo solido che Eric ha sempre ammirato.

Phil Lynott: Leader dei Thin Lizzy. La sua scanzonata faccia da schiaffi è immortalata in una foto reale dei primi anni 70 alla fermata del bus insieme a Eric e Robert Plant.

Robert Plant: La voce dei Led Zeppelin. Condivide con Eric il tragico destino della perdita prematura di un figlio.

George Harrison: Il "fratello ritrovato". Il loro legame superò tutto, compresa la comune passione per Pattie Boyd, rimanendo intatto fino alla morte di George nel 2001.

Stevie Ray Vaughan: Genio del blues moderno. Morì in un incidente d'elicottero nel 1990; Eric gli aveva ceduto il suo posto su quel volo all'ultimo momento.

B.B. King: Il "Re del Blues". Eric nutriva per lui una tale reverenza da fargli realmente da autista durante i loro tour insieme.

Jack Bruce & Ginger Baker: Basso e batteria dei Cream. Insieme a Eric crearono un’energia selvaggia e rissosa che ha cambiato la storia del rock.

Jimi Hendrix: La divinità della chitarra elettrica. Una cometa bruciata troppo in fretta, lasciando il mondo orfano della sua musica rivoluzionaria.

Roberto Ciotti: Colonna portante del blues italiano. Chitarrista e compositore di rara autenticità, ha saputo dare voce all'anima nera nella nostra cultura.


Questo racconto vuole essere un tributo a Eric "Slowhand" Clapton ed ai giganti del Blues che hanno camminato con lui.










 



Eric Stands Alone testo di John Weldon
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